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LA

CORONA

OVERO

IL GIVOCO

DEGLI ASILI

Nuoua Inuentione

Dl DON FRANCESCO BAELI

Cavalièr Siciliano


Trascrizione a cura di Franco Pratesi, Giovanni Lo Presti e Massimo Tricamo: note esplicative

La trascrizione è fedele, ma non del tutto. Diversamene da una trascrizione da manoscritto, qui non ci sono incertezze nella lettura delle lettere e tutto potrebbe essere riprodotto tal quale. Tuttavia, ci sono molte lettere e segni diacritici che non corrispondono all’uso moderno e rendono la lettura inutilmente più faticosa. Allora sono state adottate alcune linee guida che sono state seguite, anche se con qualche eccezione.

L’intervento più massiccio è stato sui due punti, punti e virgole, e virgole, presenti nell’originale in quantità enorme. Grosso modo, punti e virgole e due punti sono stati trasformati in virgole, mentre quasi tutte le virgole sono state soppresse.

Per gli accenti di solito si sono eliminati quelli sulle parole molto brevi che oggi non sono più usati, come ò, mà, frà e simili. Gli accenti finali si sono invece aggiunti in parole come perché, purché e verbi col futuro in -erà. 

Molte lettere iniziali maiuscole si sono trasformate in minuscole secondo l’uso moderno.

I termini obsoleti o con grafia oggi scorretta sono stati lasciati di solito tali e quali, ma in alcuni casi sono stati modificati, come per esempio et in e.

Si sono cambiate ove necessario caratteri v in u e viceversa; il carattere & è sempre stato sostituito da e.

Si sono suddivisi, andando a capo, periodi che erano molto lunghi.

Si sono inseriti i riferimenti ai numeri di pagina dell’originale, anche allo scopo di permettere l’eventuale richiesta alla Biblioteca Classense di Ravenna di scansioni o fotografie delle singole pagine di interesse.

 


Francesco Baeli (1639-1727)


/1/ LA

CORONA

OVERO

IL GIVOCO

DEGLI ASILI

Nuoua Inuentione

Dl DON FRANCESCO BAELI

Cavalièr Siciliano

ALL’ ALTEZZA SERENISSIMA

Del Signor

D. GIO[VANNI] D’AVSTRIA

IN VENETIA, M DC LXXVI

per il Miloco

Con Licenza de’ Superiori

/2/ Pagina bianca

 

/3/ SEREN[ISSIMO] SIGNORE

 

L’Honore al quale V[ostra] A[ltezza] m’assunse, quando nel ‘68 m’ordinò di scrivere questo Giuoco, e la benignità con la quale doppo l’accolse, mi lusingano in guisa tale ch’adesso che l’ho riformato due volte ad altri non posso consacrarlo che a V. A.

Uscì egli allhora con un solo titolo, e la maniera del suo procedere era talmente intricata, e poco spedita, /4/ che ben si conosceva esser bambino e tenerello. Ma questa volta io l’ho vestito ad altra foggia, e cangiati i nomi a quasi tutti i Pezzi, introdotte nuove figure, rinforzati i tratti, conduplicato il titolo, trasformato il Castello in Corona, impicciolito il tavoliere, variato l’ordine di squadronare e contradetto ancora a qualche cosa del primiero, l’ho ridotto in forma che di pigro s’è fatto sollecito, di melanconico brioso, e di confuso dila/5/tato.

Quel ch’in questo fatto mi rincresce si è ch’io le presento una Corona totalmente simbolica, mentre all’eroico valore di V.A. se ne converrebbe una totalmente reale. Ma se gli antichi alla magior veneratione de’ loro eroi sodisfacevano con la solennità di varij giuochi, io mi persuado di non poter meglio esprimere la mia verso di V.A. inalterabile devotione che con la dedicatione di questo nuovo giuoco.

Baldanzoso dun/6/que della sua sorte, egli a piè dell’A. V. corre a posarsi, e, mentre per ultimo io prego la bontà del Creatore ricompensi il merito di un tanto eroe, la supplico di reflettere che, quantunque in fronte egli porti impressi gli Asili, ei gli sarà facile nondimeno di soccombere se la protettione di V.A non lo defende.

Venetia, 10 Febraro 1676.

 

Di V.A. Sereniss[ima]

Humiliss[imo] Oblig[atissimo] e Ossequioss[issimo] Servitore Don Francesco Baeli

 

/7/ LA CORONA,

OVERO IL GIVOCO

DEGLI A S I L I

 

Nuova Inventione

Dl DON FRANCESCO BAELI

Cavalier Siciliano

 

 

Capo I

Dell’inventione e natura del Giuoco

 

Il Giuoco, secondo Anacarsi, non fu ritrovato per altro che per sollevare gli animi affaticati, posciaché la di lui natura è di sì fatta data ch’allegerisce e ristaura. Né l’ingegno humano, ritrovandosi assoggettito da quelle cure che straccano e fastidiscono i sensi, sapria (toltone fuori la musica) rinvenire altro diletto che di questo diletto fosse maggiore.

Dissi toltone fuori la musica, ma se questa nel recreare supera il giuoco, il giuoco all’incontro nell’altre /8/ cose è più proficuo della musica. Ella veramente è una melodia che predomina intieramente alle passioni, e, qualhora si trattenga ne’ limiti dell’honesto, ne pone come innanzi agli occhi un ritratto della beatitudine. Ma oltre a questo ella non è di giovamento in cosa alcuna. Ma gli giuochi alcuni conferiscono alla sanità del corpo, alcuni alla sicurezza della vita, altri alla destrezza, e tutti acuiscono l’intelletto e rappresentano come in uno specchio la natura di ciascuno.

Quindi fra gli antichi molti si sono occupati in lodarli, essendovi stati alcuni che di qualche giuoco particolare hanno scritto, e non pochi sono stati inventori di nuovi giuochi. Tullio, il Prencipe della latina eloguenza, celebrò Lucio Othone, cavaliere equestre, perché al popolo, che lo desiderava, fece restitutione de’ giuochi. Timocrate Laconico e Galeno scrissero del giuoco della palla, Diodoro Megallanico e Teosseno, insieme con Claudio Imperatore, versarono intorno a precetti del giuoco de’ dadi. Hercole Telchino si compiacque d’introdurre i giuochi olimpici e Teseo fu ritrovatore /9/ degl’Istmij. Valerio Publicola instituì i giuochi secolari in honore d’Apollo e di Diana, Nerone i Giovenali, Evandro overo Romolo i Luperci, Heliogabalo le sorti conviviali, Palamede quel de’ dadi. E gli Egittij finalmente ritrovarono il saggio e ingegnoso giuoco degli scacchi, base e fondamento del nostro giuoco.

Assicurato io dunque dall’autorità di tanti e si fatti personaggi, ardisco farmi innanzi con questa nuova inventione. E considerando l’utile e la delettatione ch’ella è per apportare, oso ancora sperarne lode e approbatione. So nondimeno che coloro, a cui tutti i giuochi sembrano reprobabili, ascriveranno a prosuntione la mia speranza, e affermando che per essi invece di acquistarsi la tranquillità si fomentano l’agitationi, e in luogo di cultivarsi la pace si concitano le discordie, mi adosseranno infallibilmente non poco biasmo. Ma io respondo loro che la spada è un feroce stromento, né si serba ad altro uso che a trucidare, e pure ei non v’è nobile né generoso che non ne goda di recarsela a fianco, né Republica ben ordi/10/nata che sempre non ne sia provista, non perché con essa si pregiudichi alla pace, ma perché con essa si difende e la pace e la giustitia.

Serve il giuoco per dilettarne, non per disturbarne, e se talvolta per ventura riesce nocivo non è per questo ch’egli sia reo: perché si come non v’è cosa che, per mala che sia, non possa talvolta essere buona, così ei né meno v’è cosa che, per bona che sia, non possa ancora talvolta essere mala. Oltre ciò io stimo che il giuoco non solo non è di nocumento quando non è vitioso, ma che anche serve non poco all’acquisto delle cose sperate, perché se la natura di esso aiuta e allegerisce coloro che, o per fatiche umane o per frequenza di lungo studio, si ritrovano faticati e come avviliti, ei ne resta assai chiaro che, nel medesimo tempo che n’aiuta e allegerisce, ne rende ancora idonei a ripigliare il tralasciato esercitio, e così per conseguenza ei non mi niegherà che almeno indirettamente egli nell’acquisto delle sudette cose non habbia parte.

Questo dunque stabilito, io confirmo le mie speranze, e ciò non tanto perché il mio giuoco pigliandolo in generale gode di tutti /11/ quei privilegi che nelle lodi già date al giuoco generalmente ricevuto si deggiono intendere, ma perché, parlando particolarmente di esso, sveglia maravigliosamente l’ingegno a molte attioni mondane, e essendo come una scuola, dove non men si scorge l’idea della militia, che della politica istruisce il professore di questa ne gl’incontri fortunosi del mondo, e ai seguaci di quella il maneggio e il vantaggio dell’armi vicendevolmente dimostra.

Ricevutolo dunque in tal guisa io mi preparo agli applausi, e tralasciando di dilatarmi più oltre sopra di questo all’espositione del giuoco faccio principio.

 

      

Capo II

Del Tavoliero

 

Fra gli stromenti che nella compositione di questo nuovo giuoco sono necessarij il primo che si presenta è il tavoliero. Deve questo esser composto di 17 case di quadro, essendo parimente di forma quadrata ogni casa. E queste, che in tutto formano il numero di 289, debbono disporsi in guisa tale, distinguendole per bianche e nere, che il corpo che viene a risul/12/tarne non sia in altro diverso da un tavoliero da scacchi che nell’esser maggiore. Di tutte queste case, le principali e più privilegiate sono quelle quattro che formano gli angoli del tavoliero, e sono di più preheminenza perché in esse consiste la vittoria del giuoco e senza di esse rare volte vi sarà vittoria.

Dall’ufficio queste che fanno nell’assicurare ogni qualunque pezzo che, fuggendo la furia de’ nemici, a loro faccia ricorso, vengono nominate Asili e da loro, che per conoscersi meglio debbono con particolar colore diversificarsi da tutte l’altre, il giuoco riceve il secondo nome; mentre il primo nasce dal pezzo maggiore ch’è la Corona.

Dissi che ogni pezzo, ch’in queste case si ritiri, resta assicurato dagl’insulti degl’avversarij. Ma qui si dee sapere che esse non ammettono altro pezzo che il vittorioso e quello che non è tale resterà sempre escluso di questo honore e non gli sarà mai permesso di porvi il piede. Conoscasi dunque, da quel che si è detto, come queste case non s’aprono ch’una sola volta in sul fin del giuoco o so/13/lamente ad uno, il quale portando seco la Corona, come appresso diremo, verrà riconosciuto per vincitore.

 

 

Capo III

Del numero de’ Pezzi e loro nomi

 

Dopo il tavoliere si ricercano i pezzi. Questi, che in tutto compongono il numero di cento, si dividono in quattro parti uguali. E perché nel giuoco quattro giocatori sono introdotti, ad ogni uno di essi se ne assegnano venticinque.

 Ho cresciuto questi pezzi fino a tal numero perché in esso si trovano tutti i movimenti che con notabile diversità si possano inventare e perché, nella multiplicità delle sue parti, il giuoco si renda più cospicuo. All’intelligenza di essi tre cose sono necessarie: nome, forma e colore. E questo va così disposto perché, havendo ogni uno diverso movimento dall’altro, se non solamente alcuni che come appresso sarà spiegato, [affinché] si accordano insieme in un medesimo moto è necessario che questo (per esempio) da quello per qualche segno si distingua.

I nomi dei quali solamente parleremo in /14/ questo Terzo discorso sono Re, Tenente o Vicario, Paladino, Cavallo, Amazone o Pentesilea, Ariete, Centauro, Signifero, Dragone e finalmente Pedoni. A questi aggiungeremo ancora un altro pezzo, che insieme con tutti gli altri farà la somma di cento e uno, e, perché in esso consiste precisamente la vittoria, e quindi è necessario che da tutti gli altri si divisi. Lo dispongo a cagione in forma di corona e col nome parimente di Corona lo significo.

 

 

Capo IV

Della forma de’ Pezzi e del colore

.

La forma doppo che ne’ Pezzi si richiede sarà questa. Il Re si farà vedere a cavallo overo a piede, ma in figura d’huomo, che di regio diadema si cerchij il capo. Il Tenente e il Paladino si figurano per dui huomini armati d’elmo e cimiero, con corazza: ma il primo sarà a cavallo e il secondo a piede o con qualch’altra differenza che l’uno non venga preso per l’altro.

I Cavalli si dimostrano con l’effigie di veri cavalli. L’Amazoni si rappresentano in for/15/ma di donzelle e quantunque per essere in guerra sarebbe bene che fussero armate di rilucente acciaio, noi, considerando nulladimeno ch’elleno fan più danno con gli occhi che con l’armi, e più nude che vestite, risolviamo che per essere più gagliarde, e insieme più vezzose, nude parimente si deggiano abbracciare. I Signiferi vanno in figura d’huomini, ma disarmati per più differenza o solo armati d’elmo e senza cimiero. Il Dragone rappresenta un serpente alato. Gli Arieti pigliano aspetto di montoni. I Centauri serbano la forma che loro è stata data da’ poeti, cioè mezi huomini e mezi cavalli. E i Pedoni, per rendersi magiormente diversi da’ Signiferi, che in tutto il corpo sembrano huomini, mostreranno solamente il viso in forma humana e nel resto rimarranno informi.

Alla forma succede il colore, perché, se quella è stata necessaria per distinguere i pezzi e facilitarne al giocatore la memoria, questo adesso è bisogno perché gli amici dai nemici si dividano e la somiglianza non generi confusione. Diviso dunque tutto il numero de’ pezzi in cinque /16/ parti, cioè in quel solo pezzo che rappresenta la Corona e in quattro battaglioni di venticinque pezzi l’uno, in guisa tale che in ogni uno di essi si ritrovi un Re, un Tenente, dui Paladini, dui Cavalli, due Amazoni, dui Centauri, dui Signiferi, dui Dragoni, dui Arieti e nove Pedoni. Dono alla Corona un color misto overo la lascio solamente con la forma, la quale in essa è sufficiente. E agli altri squadroni assegno il bianco, il nero, il vermiglio e il turchino.

 

 

Capo V

Dell’ordine de’ Pezzi

 

Al numero, al colore e alla figura de’ pezzi segue la forma che nell’ordinarli a proprij luoghi si dee pratticare. E benché in questo io vorrei lasciar libera la volontà al giuocatore, pure per toglier la confusione m’è parso ragionevole di regolarla a questo modo.

Primieramente compongo la Corona nel centro del tavoliero. Negli angoli, cioè sotto gli Asili, in quelle tre case che per dritta linea vanno a /17/ ferir la Corona, collogo i Signiferi e un Pedone, di maniera che il Pedone sia dinanzi a Signiferi. E queste tre case chiamerò filo, overo ordine di mez[z]o.

 Nel primo ordine, che segue a mano destra, pongo con la medesima regola prima un Dragone, secondo un Ariete e terzo un Pedone. Nel secondo ordine un Amazone, un Centauro e un altro Pedone. Nel terzo un Paladino e un Cavallo. Nel quarto il Re con un Pedone; e nel quinto, che non consiste che in una sola casella, adatto similmente un Pedone. Avvertendo che quei pezzi che son nominati i primi vanno collogati i primi, cioè nelle case che più sono ritirate, e quegli che son nominati gli ultimi si debbono distribuire doppo gli altri e nelle case esteriori.

Nel primo ordine della parte sinistra si pone una Amazone, un Centauro e un Pedone. Nel secondo un Dragone, un Ariete e un altro Pedone. Nel terzo un Paladino e un Cavallo. Nel quarto un Tenente con un Pedone; e nel quinto un Pedone solo.

/18/ Questi versi potran facilitare la memoria:

 

Van nel mez[z]o i Vessilli e un Pedestre

A destra un Drago, un Ariete, un Fante

Poi Marte sia e Chiron con un Pedante

Et indi un Paladino e un Equeste.

A questi segue il Re con un Pedone

E poi su’l fine un Fantaccin si pone.

Una Donna, un Centauro, un Fantaccino

Tengon la manca el fil, ch’à lor succede

Sono un Drago, un Montone e un da piede.

L’illustre, e sempre invitto Paladino

Sta col Cavallo; e nel più basso stato

Sorge il Tenente, e ha dui Fanti a lato.

 

Disposti i pezzi in questa maniera, risultano quattro squadroni in forma triangolare, ne’ quali l’ordine di mez[z]o è tutto di case bianche e contigue, il primo, terzo e quinto de’ lati di tutte nere e il secondo e quarto di tutte bianche. Oltre ciò, i pezzi si defendono vicendevolmente e possono procedere col maggior salto che lor convenga. Gli squadroni restano ugualmente lontani fra di loro e la Corona, che procedendo dalla casa che possiede - cioè dal centro - ad o/19/gni qualunque estremo del tavoliero non lascia altro intervallo che di otto case, serberà parimente una medesima distanza co’ squadroni.

Numerando dunque fra lo spatio ch’è fra quelli e la Corona, cioè fra la Corona e il Pedone del Signifero, si troveranno vuote quattro case. E dall’uno all’altro squadrone se ne troveranno cinque.

 Questa è la forma che nello squadronare i pezzi io stabilisco per ogni uno. Pure, s’alcuno volesse disporli a suo piacere, egli potrà farlo, purché s’accampi negli angoli del tavoliere; e il v[u]oto che resta fra la Corona e i suoi pezzi non sia meno di quattro caselle, né gli Asili, che gli stanno a’ fianchi, se gli appressino più di dieci.

 

 

Capo VI

Del movimento regolare de’ Pezzi

 

Movimento del Re. Stabilito l’ordine de’ pezzi, faccio passaggio al movimento e primieramente dico che il Re imita la marcia d’ogni personaggio, che qui sotto diremo, fuorché quel del Cavallo e del Centauro. Talché, tolto ch’alcuno non ne l’impedisca fraponendosi /20/ nel passo, egli si passeggia per ogni fianco e in un tratto può trascorrere tutto il tavoliero da un capo all’altro. In questo io non dono esempio, perché, havendo detto ch’egli imita il movimento d’ogni altro pezzo, fuorché quel del Cavallo e del Centauro, mi persuado che ognuno saprà conoscere ch’egli è il medesimo che la Donna degli scacchi, e da quella in altro che nel nome non differisce.

Movimento del Paladino. Il Paladino camina come il Rocco degli scacchi, e in un tratto trascorre anch’egli quante case a lui torna commodo, procedendo però sempre per dritta linea e non mai per obliquo. Quindi il destro colpisce il Re, l’Amazone e il Centauro a lui contigui.

Movimento del Cavallo. Il Cavallo è parimente il medes[i]mo che il Cavallo degli scacchi, e perciò il suo salto sarà sempre obliquo, procedendo dal bianco al nero e dal nero al bianco per la strada che sarà più breve. Onde il destro che si trova vicino al Re ferisce l’Amazone destra, Signifero di sotto, il pedone del medesimo Signifero e altre tre case fuori dello squadrone.

Movimento dell’Amazoni. L’Amazone camina per traverso e /21/ quante case a lei piacciono, ma nel suo passo non cangia mai colore. Onde, imitando l’Alfino degli scacchi, s’è nera resterà sempre nera e s’è bianca resterà sempre bianca. La destra dunque ferisce il Signifero ch’è sotto l’Asilo e il Centauro a lei vicino.

 Movimento del Signifero. Il Signifero si conferma co’l Re, né differisce in altro da quello, se non che quegli può passare in un tratto tutto il tavoliero da capo a capo, e questo, essendo tutto il medesimo che il Re degli scacchi, è costretto a procedere di casa in casa. Dal luogo più ritirato, dunque, ove uno di essi si ritrova, ferisce ambo i Dragoni, ambo 1’Amazoni e più dalla destra il Montone, dalla sinistra il Centauro, e nell’ordine di mez[z]o ferisce ancora l’Asilo e l’altro Signifero.

 Movimento del Centauro. Il Centauro è semigliante al Cavallo nell’andar torto, ma nel resto è molto differente da quello, perché il suo passo è più lungo e non esce mai d’un colore, dove per contrario il Cavallo non può marchiare che d’un colore non entri in altro colore. Dalla destra casa, dunque, ove uno di essi è collogato, nell’ordine di mez[z]o ferisce l’Asilo, e nella sinistra il Dragone, il Montone overo Ariete, il Pe/22/don del medesimo Montone e altre case fuori dello squadrone.

Movimento dell’Ariete. L’Ariete segue quasi il movimento dell’Amazone, ma non s’avanza che di casa in casa. E oltre ciò egli è differente nell’assalire, perché si come l’Amazone ferisce della medesima maniera come procede, questo all’incontro, non altrimente che un pedone da scacchi, camina da Amazone (intendendo sempre però di casa in casa) e ferisce da Paladino.

Sappiasi però che per conservarsi sempre in un colore e accioché non vengha che gli Arieti si ritrovino tutti dui nel bianco, o tutti dui nel nero, egli è constretto nell’assalire di passar tre case in un tratto, e non più, né meno. Perché, così facendo, caminerà col passo che sarà più breve e non escerà mai d’un colore. Il destro Ariete dunque nella marcia guarda dalla sinistra il Centauro, e dalla destra il Dragone, il Paladino e il suo medesimo pedone. Ma nel ferire mira nella destra il Cavallo e nella sinistra l’Amazone e il Pedone del Centauro.

Movimento del Dragone. Il Dragone serba quasi il medesimo capriccio che il Montone e, essendo tutto il contrario di quello, camina da Paladino e ferisce da Amazone. Resta anch’egli pe/23/rò sottoposto alla legge della tardanza, né può pervenire ad alcun luogo che di casa in casa non vi si conduchi. E perché anch’egli deve sempre tenere il suo colore, è necessario che nella marcia il suo passo sia alquanto più lungo che nell’assalto; onde, lasciando nel procedere sempre una casa in mez[z]o, si trasferisce di tre case in tre case e nell’assalire non ne passa se non ch’una sola. Il destro Dragone, dunque, che nell’offendere colpisce il Montone a lui sottoposto e l’Amazone sinistra, il medesimo nella marcia mira il Centauro sinistro e il Paladino destro.

Potrà dubitarsi, per quel che s’è detto, del movimento dell’Ariete o del Dragone se, fraponendosi alcun pezzo fra la casa dalla quale essi muovono e la casa alla quale aspirano, essi possano conseguire il loro intento; ma questi pezzi, essendo della natura del Cavallo e del Centauro, e oltre ciò parendomi ch’altrimente sarebbero stati come inutili, ho stimato ragionevole di spedir loro un passaporto, e cosi saranno privilegiati ancora in questo.

Movimento del Tenente. Il Tenente di sua natura non è che un Signifero. Ma perché rappresenta la persona Reale, egli ha preheminen/24/za maggiore. E qualhora il Re non lo scopre, imita il movimento dell’istesso Re. Dico qualhora il Re non lo scuopre, perch’essendo solamente vicario di quello egli non può porre in uso il suo ufficio che dove il Re non si trova. E qualhora quegli è presente, egli ne resta sospeso e interdetto. Se il Re dunque sarà presente, cioè se lo scoprirà, egli non sarà che un Signifero, e col passo regolare ancor del Signifero dovrà procedere. Ma se il Re non lo vede egli ne sostiene la persona e la medesima e più perfettamente ancora sosterrebbe se venisse ucciso.

Movimento dei Pedoni. I Pedoni nella marcia sono tutti uguali, ma nell’assalire sono anche fra loro diversi. Procedono essi di casa in casa come Arieti, se non solo nel primo tratto, dove ad imitatione degli scacchi se gli concede di passar due case in un colpo; ma nella forma del ferire dependono dalla casa della Corona, perché se questa sarà situata in casa bianca i Pedoni bianchi, cioè quegli che si trovano in case bianche, feriscono dell’istessa maniera come caminano senza uscir mai dal bianco, né passar più d’una casa; e i neri procedono e feriscono come Arieti. Ma se la Corona can/25/gierà colore, e come spesso suole avvenire si fermerà in casa nera, allhora i Pedoni cangeranno natura, e per ciò i bianchi feriscono come habbiam detto che ferivano i neri, e i neri come ferivano i bianchi. A questo s’aggiunga che il Pedone non può procedere che andando innanzi, essendo escluso di retrocedere, e andare innanzi s’intende andare verso la Corona per la strada più breve che sarà possibile.

Ma s’egli, secondo il proprio stato, è sogetto a questa legge, in occasione di predar la Corona egli viene ammesso a privilegio di maggior autorità. Sia dunque per regola stabilita che quel Pedone, che si trova[sse] in possesso della Corona, resta nel medesimo tempo assoluto [libero, esentato, ndr] del defetto di potere ritornare e, procedendo sempre unitamente con essa preda, potrà condursi per ogni fianco, imitando la marcia del Montone e caminando di casa in casa, senza cangiar colore.

Ho detto procedendo con essa preda, perché s’egli dopo di haver presa la Corona si risolvesse di tralasciarla, e solo facesse movimento, perderebbe il privilegio che con la preda si sarebbe guadagnato: e ritornando un’altra volta semplice Pe/26/done non potrà più retrogradare. Questo nondimeno si deve intendere quando nella squadra del sudetto Pedone non s’haverà fatto perdita né del Re, né del Tenente, perché, se questi si ritrovassero tutti dui senza vita, il pedone non solo non verrà posto in bilancio di perdere il favore di farsi indietro, ma con metamorfosi più favorevole doventerà Re, e restando sciolto d’ogni legame, proceda unitamente con la Corona o proceda solo e senza la Corona, non perderà mai che con la vita il privilegio di Re.

 

 

Capo VII

Del movimento irregolare de’ Pezzi

 

Nell’antecedente Capo s’è trattato del movimento regolare, ouero ordinario. Adesso si discorre dell’irregolare, overo estraordinario. Quello è per natura, questo è per accidente. E si come quello è perpetuo e non varia mai, così questo cangia sovente fortuna e spesse volte resta intieramente sospeso.

Questo capriccio è totalmente sublime e, se lece il vero, egli rende il giuoco così profondo e machinoso che /27/ coloro che non si troveranno ben provisti di cervello son sicuro che non vi beccheranno in modo alcuno. Ond’ io, per non multiplicare le difficoltà, mi haveva presupposto di tacerlo, ma poi, considerando che il giuoco senza di esso riesce tedioso, e io non propongo un ritrovato per femine, né per fanciulli, ma bensì per huomini, e huomini elevati, ho voluto distintamente dichiar[ar]lo e regolarlo. Ma, benché secondo la natura del giuoco egli sia precisamente necessario, con tutto ciò io lo dispongo in forma tale che il porlo in prattica, o il tralasciarlo, sarà solo e mero arbitrio del giocatore.

Per brevemente dunque spedirmi dirò che fra i Pezzi se ne trovano sette, i quali, oltre il moto positivo o regolare, hanno ancora unaltro movimento accidentale; e questi sono gli Arieti, i Signiferi, i Dragoni e un Pedone.

 Qui si potrebbe numerare ancora il Tenente, col quale sarebbero otto, ma perché n’ho parlato innanzi e la sua inregolarità è regolare, perché solamente si ristringe al Re, mi piace di lasciarlo addietro e nominarlo rego/28/lare. Per quel che spetta dunque agli Arieti, egli si dee sapere che, si come il Montone per cozzar con più violenza ha bisogno di farsi indietro qualche passo, e qualhora non ha luogo da far quella sua breve ritirata non fa impeto, così questi pezzi, che nel nostro giuoco si battezzano Arieti, hanno la medesima natura. E, qualhora dietro di essi si ritrovano caselle vote, il loro passo è più lungo dell’ordinario e più efficace.

La lunghezza in questo fatto si misura col numero delle case v[u]ote: quindi, se il v[u]oto sarà di una sola casa, essi potranno preterire ancora una casa più del solito; se sarà di due case ne potranno preterire due; se di tre, tre; e cosi procedendo sempre di mano in mano, finché il luogo consenta. In questo, nondimeno, è d’avvertire che il v[u]oto è necessario che sia direttamente opposto alla casa ov’essi aspirano, di maniera che, tirandosi dal luogo v[u]oto al luogo afferrato una linea retta, questa venga a passare per la medesima casa dalla quale essi m[u]ovono. E benché questa dichiaratione all’intelligenza di questi pezzi sia bastante, pure per maggior chiarezza /29/ dirò di più che s’avve[r]rà che per una parte habbiano v[u]oto e per l’altra no, in tal caso essi per quel verso solamente possono con passo irregolare avanzarsi che al v[u]oto si vedrà contraposto; e per l’altre strade a cui non si contraponga v[u]oto alcuno, saranno tenuti di procedere brevemente e senza eccesso.

In esempio di questo: il destro Ariete nel ferire minaccia il Cavallo destro e l’Amazone sinistra, ma se il Signifero ch’è sotto l’Asilo non si trovasse dietro di lui e quel luogo fosse vacuo, egli si estenderebbe fino a quella casa nera ch’è contigua a quei due pedoni che son contigui al Re, fuori dello squadrone.

 E se col Signifero mancasse ancora l’Amazone sinistra, egli passerebbe ancora due case di più, e ricevendo più forza giungerebbe fino alla sesta casa, non ostante che nel mez[z]o al corso si frapongano altri pezzi. Così nella marcia egli guarda il Paladino contiguo e il Centauro sinistro. Ma se la casa del Paladino fosse v[u]ota, egli potrebbe avanzarsi più oltre. E tolto che il destro Centauro non gl’impedisse il passo (perché in questo /30/ non tiene la licenza di soprasaltare) potrebbe arrivare ancora al sinistro Paladino.

I Signiferi, che per altro nome si potrebbero ancora dire Alfieri overo Vessilli o Confaloni. Allhora procedono estraordinariamente quando sono guardati d’altri pezzi della loro setta, secondo il movimento del ferire, e, quasi che da quelli ricevessero più forza, tanto più s’augumentano di passo quanto sarà più grande il numero di quelli che li guardano. Se dunque il Signifero si troverà privo della vista di tutti i suoi compagni, sarà tenuto di procedere regolarmente e di casa in casa. Ma s’uno di quelli lo rimira, egli può trascorrere una casa più dell’ordinario. E se lo rimirano dui o tre, può preterirne e due, e tre, talché può essere che talvolta in un tratto egli trascorra dodici case, che sarà il maggior salto che possa fare.

Eccone un esempio. Il Signifero di sotto in quel luogo medesimo dove si ritrova è guardato dai Cavalli e dall’altro Signifero. Non nomino il Dragone e l’Ariete sinistri, perché questi lo guardano secondo la loro marcia e non secondo la presa, co/31/me sarebbe necessario; né meno nomino i Pedoni, perché sono impotenti a retrocedere, e oltre ciò in questo fatto io non l’includo, né li conto per pezzi.

Hor, supposto che il Pedone dell’ordine di mez[z]o non vi si trovasse, il Signifero potrebbe arrivare fino alla quarta casa. E e se co sudetti si trovassero dui altri Pezzi che ancora lo guardassero, egli giungerebbe in un tratto fino alla Corona. I Dragoni, si come nel movimento regolare sono opposti agli Arieti, così anchora lo sono nell’irregolare; e dove quelli ricercano vacuo il luogo di dietro, questi all’incontro, per avanzarsi più dell’ordinario, ricercano pieno il luogo dinanzi.

Quando dunque la casa nella quale il Dragone regolarmente dovrebbe ferire, o marciare, si troverà occupata da qualche altro de’ suoi (siasi pezzo o Pedone) all’hora egli passerà alla seguente, sovrasaltando a coloro che si frapongono nel passo. E se la seguente fosse ancora occupata, passerà similmente all’altra, proseguendo sempre con questo ordine finché troverà luogo.

Questa regola è chia/32/ra. Con tutto ciò io ne darò l’esempio per non uscir dell’uso, e quel che dirò del marciare s’ intenderà parimente della presa. Il destro Dragone, secondo il movimento regolare, guarda nella marcia due case: una è fra il Re e l’Amazone destra e l’altra è fra il Dragone sinistro e il Signifero di sotto. Ma perché queste mede[si]me case sono occupate dal Paladino e dal Centauro, e le seguenti ancora danno luogo al Pedon del Re e al Cavallo sinistro, perciò egli trapassa questi termini e in un tratto solo se ne vola fino a due case più oltre.

 Ma passiamo al settimo pezzo. Io vorrei che fra i pedoni se ne sciegliesse uno ad arbitrio per ogni colore e che per qualche segno si differisse da tutti gli altri. Il che potrebbe conseguìrsi soprafissandogli una piuma overo qualche altra gentilezza. Esso haverà dui movimenti differenti: uno proprio o naturale e l’altro violento o trasmissivo.

Il proprio è quello ch’egli ha come pedone, e questo è perpetuo e non gli manca mai, che con la vita. /33/ Ma il trasmissivo è puro effetto de’ pezzi, egli può variare di tratto in tratto, perché quel pezzo, che secondo la presa lo riguarda, gli communica il suo moto, e quasi lo trasforma in un altro sé medesmo. Ma poi, privandolo del guardo, ei lo priva similmente del suo dono.

Qui nasce dubbio, s’egli, venendo guardato da più pezzi, egli riceva il movimento d’uno solo over di tutti. Ma in tal caso egli piglia solamente il movimento del più degno, il quale si potrà conoscer dal seguente Capo. E così, se per ventura questo pezzo venisse guardato ad un medesmo tempo dal Re, dal Paladino e dal Cavallo, o altro pezzo che si fosse, egli sarà del primo imitatore; e disprezzando i secondi o procederà come Pedone o come Re.

 Questo Pezzo è del tutto estraordinario e son sicuro che piacerà non poco. Ma se v’è cosa che in ogni tratto possa quasi produrre un miracolo, egli sarà quel solo che potrà farlo. Il giuoco, al moto di lui, cangierà faccia perpetuamente, i giocatori vedranno tratti non mai creduti e spessissimo si troveranno confusi e /34/ sbalorditi. Del resto, se riguardiamo la forma del suo procedere, egli si potrebbe nomar Favorito e si potrebbe nomar Bislacco o Buffone, ma noi, tralasciati questi tre nomi, e considerato ch’egli talvolta fa da padrone e talvolta da servo, lo battezziamo Histrione.

 

 

Capo VIII

Dell’efficacia de’ Pezzi

 

I pezzi si come sono varij di movimento, e l’uno è più libero dell’altro, così alcuni sono ancora più vantagiosi e più efficaci. Secondo questo, dunque, primo si è il Re, secondo il Tenente, terzo il Paladino, quarto il Cavallo, quinto l’Amazone, sesto l’Ariete, settimo il Centauro, ottavo il Signifero e nono il Dragone. Non annovero l’Istrione, sì perché questo capo è dedicato all’uso di esso, come anche perché questo, essendo pezzo totalmente incerto e di multiplice valore, o si deve preferire a tutti gl’altri o non si deve contare /35/ che per Pedone.

Che doppo all’Amazone io preferisca il Cavallo, all’Ariete l’Amazone, al Centauro l’Ariete, al Signifero il Centauro e finalmente questo al Dragone, recherà forse meraviglia. Ma se verrà considerato bene il loro ufficio, si troverà che rettamente l’ho così disposto.

 Il Cavallo si deve preferire all’Amazone perché è capace d’occupare così il nero come il bianco. E col capriccio del suo salto non lascia luogo che non giunga, dove che l’Amazone è costretta di tenersi eternamente in un colore e perciò non sempre potrà conseguire la Corona, né l’Asilo.

 Oltre ciò il Cavallo non può essere impedito da nessuno, perché con grandissimo vantaggio soprasalta agli altri e, mediante questo salto, egli si rende totalmente efficace alle sorprese. So nondimeno ch’alcuni, o perché non sanno ben giocarlo, o perché sono di genio differente, preferiscono l’Amazone; e perciò parmi vederli dolere che nella regola dell’ Histrione io li pregiudichi, quasi che voglia debilitarli, sforzandoli a giocare quel pezzo da Cavallo, quando /36/ potrebbero d’Amazone. Ma a costoro sarà concesso che l’Amazone sia preferita al Cavallo, purché il giocatore, prima di farsi al giuoco, dichiari il suo pensiero.

Negli altri pezzi l’ Ariete cede all’Amazone perché, benché questi soprasalti agli altri, il che non è poco vantaggio, e talvolta il suo salto abbraccia sette e otto case, questo nondimeno comparato al movimento dell’Amazone, il quale è per natura e in un tratto può misurare tutto il Tavoliero quanto è largo, riesce di poca consideratione e non è bastante a preferirlo. Ch’egli peraltro venga preferito al Centauro questo succede perché il salto irregolare dell’uno è più lungo che il salto regolare dell’altro. E benché quello nel Centauro sia per natura e nell’Ariete per accidente, il che per quello è vantaggio, con tutto ciò egli si dee posporre, perché oltre alla differenza della lunghezza il Centauro è tenuto sempre ad una misura, e l’Ariete può ferir ugualmente e di lontano e di vicino.

Il Signifero doppo e il Dragone cedono parimente al Centauro, perché il movimento migliore di questi pez/37/zi depende dall’esistenza dì tutti gli altri, e per conseguenza è men sicuro e men durabile. Oltre ciò, egli non è giusto che un pezzo non ceda la preferenza a quegli altri da[l]li quali egli riceve il suo migliore. Qui nelleuiQ nostre regole il Signifero e il Dragone ricevono aiuto così ben dal Centauro, come da tutti gli altri, e per ciò questi devono seguire e quegli dee precedere.

Resta ch’io dica la ragione perché il Dragone si posponga a tutti, ma questo non occorrerebbe domandarlo, perché chi sarà riflesso che il Dragone si trattiene sempre in un colore, e il Signifero si trasferisce da per tutto, resterà sodisfatto da se stesso. Quel ch’aggiungo è che questi medesimi pezzi, si come ancora l’Amazoni e gli Arieti e i Centauri, sono anche fra loro disuguali, e, si come essi sono tutti obligati a mantenere perpetuamente un colore, e per penetrar negli Asili, è necessario di goder casa bianca, altrimente se ne rimane eternamente escluso. Cosi in essi si fa distintione e quelli che si ritrovano nel bianco sono preferiti a quelli che si ritrovano nel nero.

 

 

Capo IX

/38/ Della forma del Giuoco

 

Da’ precedenti discorsi, ove ho procurato di spiegarmi con ogni chiarezza e brevità, si comprende come si debba procedere in tutti i tratti del giuoco, che in esso si giuoca a quattro. Adesso, tralasciando quelle cose che ciascheduno può veder da se stesso, dirò solamente che i tratti del giocatore deggiono incaminarsi all’acquisto della Corona e a depredare tutti coloro che, portando seco il medesimo pensiero, o gliela tolgono o lo ritardano.

Avvertasi nondimeno che la Corona non si deve attaccare ne’ primi tratti, perché, oltre ch’ad investirla il primo è disvantaggio, il giocatore non potrà mai defenderla tanto che fra la quantità di tanti Pezzi, che d’ogn’intorno la tengono accerchiata, non gli sia ritolta. Il suo pensiero dev’essere di concorrere avanti con tutta la forza de suoi pezzi, insidiando in un medesimo tempo e la Corona, e gli av/39/versarij concorrenti; e dopo, essendo il giuoco ridotto a pochi Pezzi, egli, ritrovandosi più vigoroso o meglio disposto degli altri, potrà investirla.

Qui si potrebbe ricercare la forma d’attaccare la Corona e la maniera che i Pezzi debbano tenere nel ferirsi. Perciò dichiaro che questi s’uccidono nella medesima forma che si costuma negli scacchi, cioè il pezzo che ferisce si porta nel luogo del ferito, il quale si toglie via dal tavoliero. E la Corona allhora si dice essere preda d’alcun Pezzo, quando quegli le s’è posto sopra come in pulpito, e, nonostante gli altri pretendenti, o la mantiene in suo potere o secondo il suo passo la conduce per qualche fianco. Da questo si vede ancora come la Corona non ha moto alcuno e per se stessa è immobile, ma se talvolta verrà predata procederà secondo il moto di quel pezzo che la possiede.

La vittoria del giuoco nondimeno non consiste seccamente in questa presa, ma nella sicurezza della sua possessione. Quindi il giuoco allhora si dice d’esser vinto quando in uno degli Asili /40/ la Corona si troverà trasportata, e colui l’haverà vinto che, malgrado de sui nemici, ivi l’havrà condotto. È vero che se gli avversarij saranno tutti estinti e egli, dopo la sconfitta degli altri, si ritroverà solo in vita, egli non solamente non haverà bisogno di pigliar l’Asilo per vincere il giuoco, ma ne[m]meno sarà tenuto d’assalir la Corona, perché questo allhora si met[t]e in uso quando l’operatione vien resa incerta per la concorrenza degli altri. Ma in tal caso egli rimane sciolto di questi pericoli, onde pigli la Corona o non la pigli, conduchila nell’Asilo o non la conduchi, egli vincerà sempre il giuoco, purché almeno con un pezzo valevole ad occupar la Corona resti signor del campo.

 Può nondimeno avvenire che il giuoco resti indeciso, perché se accadesse che nel processo di esso la Corona restasse libera dell’insidie dei nemici e nel fine i pezzi che restassero si ritrovassero in colore differente alla Corona e non potessero cangiarsi, allhora il giuoco sarà tavola e così non haverà vinto alcuno, nonostante che nel tavoliero si trovassero ancora molti e molti pezzi.

/41/ Intorno all'uso dell’Asilo non credo che vi sia difficoltà, perché da quello che s’è detto avanti si può congetturare ch’essi sono indifferenti a tutti. Onde, non solamente ogni uno potrà servirsi del suo, cioè di quello intorno al quale su il principio del giuoco stava accampato, ma di qualsivoglia altro ancora. Anzi, in tal caso, io vorrei che colui nel cui Asilo un altro si salvasse fosse obligato di pagargli il giuoco doppio.

Il numero dopo di coloro che debbono giuocare già dissi, che si comporrà di quattro. Ma questo non è così necessario, ch’ancora non possano giocarvi meno. Potranno dunque concorrervi tre, e potranno concorrervi dui. Ma si come il peggiore è quel di tre, perché patisce qualche imperfettione, così il migliore, e più perfetto, è quello che si compon di quattro. Questo, per essere anche più proprio e men confuso, si deve pratticare a compagni, cioè dui contra dui. E coloro che sono della medesma fattione si debbono mettere di fronte e non di fianco, in guisa tale che, tirata una linea retta dall'uno all’altro, questa venga a passare per il centro e la Corona.

/42/ Queste sono le regole alle quali questo gioco si mantiene e son sicuro che, se verranno ben guardate, riescerà cospicuo e dilettevole.

In quanto all’eleganza del giuocare io non mi trattengo punto, perché mi persuado ch’ogni uno saprà giocare di quel Pezzo ch’havrà toccato. E s’egli giocasse contra la legge, il che sarebbe inganno, sarà obligato di perdere il Pezzo. Tolto però che le persone non sian dame, delle quali sempre sono stato ferventissimo devoto: queste dunque saranno esenti di questa rigorosa pena. E perché, oltre ciò, sappiamo ch’elle per natura loro sono vaghe di gabbare e di schernire il compagno, permettiamo ancora loro che, qualvolta non vengano scoperte, possano giocare in conscienza e di bistratto, e di soppiatto.

 

 

/43/ TAVOLA

 

Per ordinare i Pezzi

Con brevità

 

Filo di mezo

 

Signifero, Signifero e Pedone

Sono tutte case bianche

 

Alla destra

 

Filo 1. Drago, Ariete e Pedone

Filo 2. Amazone, Centauro e Pedone

Filo 3. Paladino e Cavallo

Filo 4. Re e Pedone

Filo 5. Pedone solo

 

A sinistra

 

Filo 1. Amazone, Centauro e Pedone

Filo 2. Dragone, Ariete e Pedone

Filo 3. Paladino e Cavallo

Filo 4. Tenente e Pedone

Filo 5. Pedone solo

 


 

/45/ Memoria da renovarsi in ogni tratto per non errare:

 

Resti voto il Monton per ogni tratto

S’occupi al Drago in ogni passo il varco

L’Alfier sia circondato, anzi sia carco

E’l Re fugga il Prorè, ma segua il matto

 

  

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